giovedì 13 aprile 2017

Presentazione: Pecador - Flor de Cuba di Aura Conte e Connie Furnari

Buongiorno, gioie dello scrigno.
Oggi vi presentiamo un romanzo un po' diverso dal solito.
Thriller, crime e romance; tutto concentrato in un'unica storia.
Scritta da Aura Conte e Connie Furnari
Scopriamo insieme la trama e i primi capitoli.



Titolo: Pecador - Flor de Cuba

Autore: Aura Conte e Connie Furnari

Editore: Self Publishing

Pagine: 166

Prezzo: 1,99 (eBook) 
Cresciuto per le strade di Little Havana, dopo un’adolescenza turbolenta e una veloce ascesa nel mondo della criminalità organizzata, Rafael Guerrera si ritrova a soli ventisette anni a gestire un impero, come il più giovane narcotrafficante di Miami. Affascinante seduttore, insolente e prepotente, amante del lusso e del denaro, ma soprattutto un assassino a sangue freddo, Rafael ha sempre tenuto fede a un’unica promessa: mai fare del male a donne e bambini. A causa di un processo imminente, è però costretto a trasgredire alla sua promessa e ordina ai suoi uomini di rapire Madalena De La Cruz, figlia di un boss rivale e unica testimone di un duplice omicidio commesso dal braccio destro del clan Guerrera, Santi Pacheco. Pur di non far testimoniare la ragazza in tribunale e lasciarle distruggere il suo clan, Rafael decide di tenerla in ostaggio fino alla fine del processo. Quando i suoi uomini gli portano una giovane donna, bella come un angelo, innocente e fragile, Rafael rimane sconvolto. E il suo impero comincia a crollare, ma non per quello che aveva temuto: soltanto a causa dell’amore per una donna, l’unica che non avrebbe mai dovuto amare e l’unica che non potrà mai avere. 

“Pecador” è un crime romance che parla d’amore, di violenza, di peccato e sangue, con scene di adrenalina 5 pura e passione sfrenata. Il romanzo è autoconclusivo, quindi può essere letto come volume unico. In seguito verranno pubblicati vari spin-off e prequel dedicati ai personaggi principali. Ispirato a Romeo e Giulietta, è la storia d’amore fra due giovani che dovrebbero odiarsi, ma che il destino fa innamorare, per sconvolgere le loro vite. Il punto di vista di Rafael è descritto da Connie Furnari. Il punto di vista di Madalena è descritto da Aura Conte



Capitolo 1 
Rafael 

Quello che ogni stronzo su questo pianeta sapeva, quello di cui mi ero sempre vantato, era l’assoluta certezza di non essere mai stato fottuto. Da nessuno. Neppure dalle donne. Ero sempre stato io, a fottere gli altri. Passai la mano sul torace, accarezzando i miei peli. Quella faccenda mi rendeva ansioso, incapace di pensare. Ma era una questione che avrei dovuto portare a termine al più presto, oramai era tardi per tirarsi indietro. Mai donne e bambini. Questa era stata la regola, e l’avevo sempre rispettata, cazzo. Solo pensarci mi faceva stare male, ma non potevo evitarlo. Ero un animale, el Jaguar1 , una bestia assetata di sangue, per tutti quelli che mi conoscevano: lo ero dal momento esatto in cui avevo preso in mano quella fottuta pistola, quando ero ragazzino. Se non avessi premuto quel grilletto, quella volta, la prima volta, forse non sarei mai arrivato lì, in una villa principesca sulla riva del mare, una delle più grandi di Miami, a capo di un impero. Se non avessi premuto quel grilletto, forse ora non sarei stato seduto su una poltrona, in un salotto da nababbo, nudo e con il cazzo in agitazione mentre osservavo due puttane che mi aspettavano sul letto a tre piazze, accovacciate sopra i cuscini.
Mai donne e bambini. Quel pensiero non mi dava pace. Che razza di animale ero diventato? C’era una sola cosa che mi aveva sempre differenziato da tutti quei porci narcotrafficanti con cui trattavo affari. Non avevo mai toccato le loro donne né i loro figli. Era sempre stata quella la regola. Ma ogni regola, prima o poi, doveva essere infranta. Molte volte avevo scopato con le donne degli altri, parecchie volte, ma loro erano sempre state consenzienti. Sapevo di piacere molto, di aver un aspetto che attraeva l’altro sesso, e ne avevo sempre approfittato. Sarei stato un coglione, a non farlo. «Rafael, vienes aquì2 .» Una delle due putas3 mi distolse dai miei pensieri, chiamandomi con la sua stridula voce da cagna. Non le risposi, il mio sguardo svettò sopra il tavolo, dove era rimasta l’ombra delle strisce di coca che avevamo tirato pochi minuti prima, assieme alla roba nella busta di plastica. E lì accanto, la mia semiautomatica carica, una calibro 38. Sempre a portata di mano, per ogni evenienza. Non mi fidavo di nessuno, non mi ero mai fidato di nessuno, tanto meno delle puttane che mi scopavo. Quella, infatti, non era la mia camera da letto. Era soltanto una delle tante stanze in cui portavo le donne per fotterle. Nessuna di quelle troie era entrata nel letto in cui dormivo, e nessuna ci sarebbe mai entrata. Anche questo era un dato di fatto. Avevo ordinato ai ragazzi di farmi trovare quelle putas, due delle tante che mi facevo, in quella camera perché dovevo sfogare l’agitazione che sentivo dentro, e non c’era niente di meglio del sesso per scaricare i nervi. Fottevo, mi era sempre piaciuto fottere, fin da quando avevo quindici anni. Ma odiavo chi credeva di poter fottere me, come quel coglione di Diego De La Cruz. Per lui, per quei figli di puttana di testimoni che aveva trovato e che avrebbero fatto i nostri nomi al processo di Santi Pacheco qui a Miami, ero stato costretto a violare l’unica regola che avevo sempre rispettato. Non avevo mai fatto del male alle donne. Ci avevo solo scopato. De La Cruz pensava di potermi fottere, ma si sbagliava. Aveva già spifferato alcuni nomi agli sbirri, quei porci nazisti avevano già arrestato gente importante con cui avevo fatto affari, come Fat Boy a Washington e addirittura Petrovski, con il quale mi ero incontrato un paio di volte a Mosca. Dovevo immaginare che qualcuno mi avrebbe rotto il cazzo prima o poi, visto come stavano andando gli affari: a soli ventisette anni avevo uno dei più proficui traffici di droga dell’intero pianeta. Cocaina, marijuana, eroina, metamfetamina, ecstasy, hashish. Un business mondiale che ci fruttava cento milioni di dollari l’anno. Senza contare il traffico di armi che trattavo, per dare qualcosa in più da fare ai miei ragazzi. Per arrotondare qualche milione di dollari extra. «Rafael, dai» la puttana mi chiamò di nuovo. Grattai le palle e le osservai. Si stavano baciando, per provocarmi. Le due putas erano avvinghiate tra loro, i loro capezzoli marroni e sporgenti sfregavano l’uno contro l’altro. Si voltarono entrambe sorridendo e mi guardarono per invitarmi a raggiungerle, leccandosi il labbro in modo sensuale, per spingermi a scoparle. Immaginai quanto fossero bagnate in quel momento, si stavano toccando a vicenda per invogliarmi a fotterle. Ero fatto di carne anch’io e dovevo sfogare la frustrazione che sentivo dentro, accarezzai il mio cazzo che mi chiedeva di accontentarlo, e mi alzai dalla poltrona, evitando di pensare ancora a quella storia. Mi diressi verso il letto, a rapidi passi. Quando mi lanciai su di loro, ridacchiarono isteriche. C’era anche un’altra cosa di cui andavo fiero, e che tutti sapevano: nessuna donna era mai rimasta insoddisfatta, dopo essere stata con me. Sedetti sui cuscini e loro si avvicinarono, strisciando le ginocchia sulle lenzuola color vinaccio, il colore che preferivo dentro le mie camere del piacere. Le lenzuola bianche erano solo nel mio letto, dove dormivo, da solo. Sempre da solo. Si chinarono su di me, le loro lingue cominciarono a percorrere il mio torace, fermandosi sui miei capezzoli. Le mie mani finirono fra le loro cosce. Erano bagnate come cagne in calore, come immaginavo. Le mie putas erano sempre pronte per me. Non ricordavo neppure i loro nomi, ma non mi interessava: per me erano sempre state soltanto oggetti per sfogare i miei istinti animaleschi. Tirai la bionda per i capelli e lei si attaccò al mio bacino. Non c’era neppure bisogno che le dicessi cosa fare, sapevano cosa volevo. Prima mi leccò le palle, spingendole verso l’alto con brevi colpi di lingua, poi sentii i suoi denti sprofondare nella carne, appena, per stuzzicarmi. Le strattonai il capo e lei cominciò il lavoro che le riusciva meglio. La sua bocca era un aspirapolvere, insaziabile, veloce. Mi sdraiai sul letto e poggiai il capo sul cuscino. La puta bruna spalancò le cosce, occultandomi la visuale. Cominciai a lavorare con la lingua: leccarle era una delle cose che mi dava più soddisfazione, sapere che solo con un piccolo gesto potevo farle godere. Infatti, poco dopo, sopraggiunsero i gemiti di una e i mugugni dell’altra. Pensai a lei. Sì, a lei. A quello che le avrei fatto, quando l’avessero portata da me. Non la conoscevo neppure, non l’avevo mai vista prima. Madalena. Era questo il suo nome. Esprimeva un’insolita purezza peccaminosa. L’unica figlia di De La Cruz, del bastardo che mi voleva fottere. La piccola mi avrebbe odiato, non appena mi avesse visto, ne ero certo. Mi avrebbe sputato in faccia, non appena avesse capito perché l’avevo fatta rapire. Lei avrebbe pagato per gli sbagli di suo padre. Così andava la vita. Anch’io avevo pagato per gli sbagli di mio padre. Senza di lui, forse non sarei mai diventato Rafael Guerrera. Era una legge naturale, alla quale non si poteva sfuggire. Siamo fottuti dalla vita, prima ancora di nascere. Con un gesto infuriato, presi entrambe le mie putas per i capelli, facendole girare. Poggiarono le schiene sui cuscini, allargarono le cosce, e decisi che fosse ora di concludere. Volevo fottere, e smettere di pensare, per un solo dannatissimo momento. 

*** 
Mi gettai sulla bruna e lei spalancò la bocca impastata di rossetto rosso fuoco, quando la penetrai: era così bagnata che le scivolai dentro facilmente. Avvinghiò le cosce a me, mentre l’altra aspettava il suo turno. Spinsi forte, pompando come un animale dentro di lei, espandendo la mia carne fino a riempirla. Piccola Malèna, che non sapeva cosa la aspettava. Era così che la chiamavano, in famiglia. Doveva essere una ragazzina, forse andava ancora a scuola. E io non avevo mai toccato i bambini. Anche in quei momenti pensavo a lei, mentre fottevo come un disperato. La pensavo da una settimana, ogni attimo, fin da quando io, Carlos, Juan e i ragazzi avevamo deciso di rapirla per non farla testimoniare contro uno di noi, Santi Pacheco. Il mio braccio destro era un bastardo, un’affarista insopportabile, ma quello stronzo aveva la capacità di triplicare i nostri introiti dalla sera alla mattina, quindi non potevo lasciarlo marcire in prigione. La puta bionda mi tirò a sé, ansiosa di ricevere anche lei le mie attenzioni, così mollai per un attimo la bruna e montai sull’altra. Continuai a fottere, senza fermarmi, deciso a scaricare l’ansia che sentivo dentro. La bruna intanto mi leccava la schiena: si era messa dietro di me, sentivo la sua lingua sgusciare veloce, seguendo i movimenti del mio bacino, mentre mi scopavo la sua amica. Mi preparai a raggiungere il piacere. Ma prima che potessi venire, qualcuno bussò alla porta. «Chi cazzo è?!» urlai, senza fermarmi, continuando a scopare. La porta si aprì. «Rafael.» Quella testa di cazzo di Carlos era davanti alla porta, con il suo viso sfregiato dalle coltellate che aveva ricevuto in passato. Dietro di lui, Juan aspettava. In corridoio intravidi qualcun altro dei miei ragazzi, quando mi voltai appena. «Datemi un minuto» dissi forte. «Ho quasi finito.» Ansioso di concludere, proseguii a spingere dentro quella donna. Le sue unghie laccate di rosso si conficcarono nel mio culo, graffiandomi, mentre muovevo i fianchi e sentivo di essere prossimo a esplodere. Carlos e Juan aspettarono, l’uno dietro all’altro, davanti alla porta. Sapevano che nessuno doveva interrompermi mentre fottevo, o si sarebbe ritrovato un proiettile in mezzo agli occhi. I miei ragazzi erano abituati a vedermi scopare, in ogni stanza della villa, per loro non era una novità. Scaricai il mio schizzo caldo dentro quella donna, inarcando la schiena, e lei socchiuse gli occhi ridendo mentre l’altra continuava a fare scivolare la sua lingua sulle mie natiche, accovacciata dietro di me. Dopo essere venuto con un mugugno, mi tirai su. Le guardai, ancora entrambe nude su quel letto. Non mi piaceva fottere con i preservativi, volevo sempre sentire chi mi fottevo, così obbligavo tutte le mie donne a prendere degli anticoncezionali orali e a fare visite di controllo almeno una volta al mese. Visto che anche i miei uomini se le scopavano, imponevo a tutti di fare visite mediche, di continuo. «Ora toglietevi dai coglioni.» Le troie mi capirono al volo e si alzarono dal letto. Con un solo sguardo sapevo che tutti mi avrebbero sempre obbedito. «State per andare?» Ancora nudo, mi avvicinai al tavolo, rivolgendomi ai miei ragazzi. Passai una mano sulla superficie di vetro per ripulirla. Dalla bustina presi un altro po’ di cocaina e la preparai. Per me tenevo solo la roba migliore, valeva cinquecento dollari a grammo, ma era ottima: solo relax, niente paranoie. «Sì, gli altri sono pronti» Carlos osservò le due donne che si infilavano una vestaglia e uscivano dalla camera, scappando in corridoio. Tirai la striscia di coca in un colpo solo. Roba ottima, davvero buona. Presi dal tavolo la bottiglia di gin mezza vuota e riempii il bicchiere. Rimasi nudo su quella poltrona, bevendo il mio drink, pensando che stava per accadere. A breve mi avrebbero portato la figlia di De La Cruz. Una bambina, porca puttana. Juan toccò la pistola, nella fondina sotto la giacca bianca. «Vuoi che te la portiamo qui?» «No» risposi subito. Non volevo che una ragazzina vedesse quello schifo, il puttanaio in cui vivevo. Però ero molto curioso di vederla. «Portatela nella dependencia4 . La incontrerò lì.» La dependencia era un prefabbricato che avevo fatto costruire qualche decina di metri lontano dalla villa, sperduto nel gigantesco giardino che circondava il retro della casa. Ci andavo di rado. Era arredata, con una grande cantina. Ottimo per nascondere una ragazza sequestrata. Morivo dalla voglia di sapere come fosse Malèna, che aspetto avesse. Se somigliava anche lontanamente a quel figlio di puttana del padre, che ci voleva fottere tutti, dopo essersi calato le braghe davanti alla Policia5 . Sbattei il bicchiere vuoto sul tavolo, il vetro tintinnò. Presi la mia 38 e controllai che la sicura fosse inserita, come facevo sempre quando ero a casa. «Mi raccomando» sibilai, senza neppure guardarli. «Che nessuno di voi si azzardi a metterle un dito addosso. La voglio intatta. Mi sono spiegato?» Glielo avevo già ripetuto. Se qualcuno avesse provato a stuprarla o a picchiarla, gli avrei sparato nei coglioni. Non ci fu neppure bisogno della risposta, immaginai le loro reazioni senza neppure guardarli in faccia: Carlos storse il naso, Juan assentì fedele come un cagnolino. Negli ultimi tempi, Carlos mi stava dando parecchi problemi. Da anni era uno dei miei uomini più fidati, ma da quando si era messo in testa di consigliarmi nei miei affari mi faceva girare le palle. Voleva sempre di più, non era mai sazio. Uno dei tanti maiali ingordi che avevo accanto e che mi dovevo sorbire. «Va bene, Rafael. Ti faremo sapere quando la porteremo nella dependencia.» Juan mi voltò le spalle e Carlos lo seguì. Sparirono nel corridoio, con gli altri tre uomini, chiudendo la porta alle loro spalle. Juan Navarro. Di lui sì che mi fidavo. Forse era l’unico uomo al quale avrei messo in mano la mia vita, se ce ne fosse stato bisogno. Grazie a Juan ero sopravvissuto all’inferno, era stato lui a farmi da fratello. Ripensai a quello che mi era successo, dopo i mesi passati all’orfanotrofio. Il mio passato continuava a perseguitarmi. Senza Juan non ce l’avrei mai fatta. Senza Juan non sarei mai diventato Rafael Guerrera. Mi avrebbero ammazzato quando avevo diciotto anni, gettandomi in un fosso, bruciandomi nell’acido, o facendomi saltare in aria imbottito di dinamite. Rimasi seduto nudo, su quella poltrona. Dopo aver posato la calibro 38, allungai il braccio e presi una sigaretta dalla scatola placcata d’oro, una delle tante che tenevo nelle mie camere. Era quello che ci voleva, dopo ogni sana scopata. Soffiai il fumo, stirando le gambe. Il mio cazzo si era ritirato, dopo aver goduto dei suoi attimi di onnipotenza, poco prima. Madalena De La Cruz. Quel nome mi risuonava nella testa, un’eco che non lasciava spazio a nessun altro pensiero. Chissà com’era, che profumo aveva. Mi sentivo come il leone che sapeva di dover trovare nella sua tana una gazzella ferita. Il mio istinto da predatore si risvegliò, dopo quell’immagine, e il mio cazzo tornò duro, ergendosi come prima. Con l’altra mano lo omaggiai. Quella sera me ne sarei scopato un’altra, ne avevo bisogno. Ma prima dovevo pensare a lei. A Madalena. Spensi la sigaretta nel portacenere e cominciai ad accarezzarmi, mi piaceva farlo a volte, anche in presenza degli altri. Onorare il mio cazzo era uno dei miei compiti quotidiani, farlo sentire importante, il pezzo forte del mio essere. La piccola Malèna. A breve l’avrei vista. Mi avrebbe odiato, lo avevo già messo in conto. Ma non le avrei mai fatto del male, dovevo solo impaurirla. Dopo il processo, avevo giurato a me stesso che l’avrei riportata da suo padre, senza torcerle un capello. Mai donne e bambini. Cazzo. Ero un assassino figlio di puttana, ma non così spietato da fare del male a una donna indifesa. Ripensai a mia madre. A quella notte. I miei occhi si chiusero e rimasi in ascolto. Il pendolo dell’orologio era l’unico rumore che riuscissi a udire, e fuori, in giardino, le voci dei miei uomini di guardia: frasi sporadiche che udivo a malapena, in cubano e in inglese, una lingua che avevano creato, imbastardendo la loro natura. La mia mente tornò di nuovo indietro. A molto tempo prima. Quando tutto era cambiato per sempre. Per molti anni ero rimasto a guardare, seduto in un angolo, mentre mio padre pestava a sangue mia madre. Sapevo che se mi fossi intromesso lui avrebbe picchiato anche me, così osservavo, lacerandomi dentro a causa del senso di colpa. Che cosa avrebbe mai potuto fare un bambino terrorizzato? Il mio orgoglio cominciò ad avere la meglio, quando compii quindici anni. Ne avevo abbastanza delle urla che sentivo ogni giorno in quella maledetta casa, dei pianti di mia madre. Una sera, una delle tante, mentre osservavo lui che la picchiava, spingendola verso il mobile della cucina, fregandosene che le avesse già rotto il naso e che avesse un occhio livido, compresi che era giunto il momento di farla finita. Corsi via, in camera da letto. Sapevo dove lui teneva la pistola, sotto il cuscino. Little Havana6 era un inferno, chiunque sapeva maneggiare un’arma, se aveva trascorso l’infanzia in quel quartiere. Soprattutto i ragazzini. Io stesso ero già stato minacciato parecchie volte dai ragazzi più grandi, per costringermi a dar loro i soldi che non avevo: non trovando nulla da prendermi, venivo pestato quasi ogni giorno, in quelle strade dimenticate da Dio. Non appena la impugnai, non appena sentii la potenza di quell’arma nelle mie mani, compresi anche che quello sarebbe stato il mio destino. Tornai da loro. Giunto in cucina, fra i piatti rotti e fra la puzza di piscio e merda che proveniva dal bagno sempre lurido, gliela puntai contro, intimandogli di fermarsi. Mio padre si voltò. La sua sorpresa si tramutò in una risata sarcastica, quando mi incitò a sparare. Senza esitare, come se lo avessi già fatto chissà quante altre volte, lo feci. Premetti il grilletto. Sparai a mio padre. A quel bastardo cubano di Manuel Guerrera che era rimasto nella feccia, facendo lavoretti sporchi per qualche misero boss di quartiere, tanto per racimolare qualcosa. Il contraccolpo mi fece male alle braccia, perché non ero preparato, anche se stavo impugnando la pistola con entrambe le mani. Lui sobbalzò, mia madre urlò. L’ultimo sguardo che ricordo di lui fu quello: mentre mi chiedeva come avessi potuto farlo, in silenzio e senza parole, con la mano che copriva la ferita sul petto, già insozzato di sangue. Non me ne pentii. Mai. Forse avrei dovuto farlo prima. Dovevo ammazzarlo come un cane prima che rovinasse la vita a me e a mia madre. Da quel giorno, cambiò tutto. Per gli sbirri fu legittima difesa e visto che ero minorenne, non mi portarono neppure al fresco: erano felici che gli avessi fatto un favore, togliendo dalla piazza quel figlio di puttana. Uno in meno. Non era il primo parricidio a Little Havana, e non sarebbe stato l’ultimo, gli sbirri c’erano abituati. A quel tempo non lo sapevo, ma negli anni a seguire l’avrei sempre fatta franca, come quella volta. Da quella sera maledetta, cominciò la mia discesa all’Inferno. Ma anche se ero un assassino a sangue freddo, un bastardo incapace di provare misericordia, c’era un solo limite che mi era imposto. Uno solo. Sempre. Mai donne e bambini. Adesso avevo infranto anche quel piccolo residuo di onore che ancora mi restava. Ero diventato davvero un animale.


Capitolo 2
Malèna

Un lieve vociferare proveniente dal corridoio mi svegliò. Aprii gli occhi, pochi istanti dopo, e osservai fuori dalla finestra della mia stanza. Era l’alba. Le altre ragazze erano già in piedi e pronte per le preghiere del mattino. Io, no. Velocemente, mi alzai dal letto per non arrivare in ritardo e dopo aver legato i capelli ben stretti, aprii la cassettiera. Quel giorno il convento di Santa Maria Addolorata sarebbe rimasto chiuso a causa di un ritiro spirituale riservato alle novizie e per noi, non ci sarebbero state le lezioni. Così, considerando il clima molto afoso e sapendo che nessuno avrebbe visto i nostri abiti, decisi di non indossare la divisa; malgrado percepissi un atto del genere come un sacrificio. Nella mia mente la divisa del collegio di Santa Maria Addolorata rappresentava un simbolo d’amore, l’unico da me conosciuto, anche quando lasciava la mia pelle sudata e appiccicaticcia nei giorni più caldi di Miami. In tutto il convento studiavano meno di dieci ragazze orfane e poi c’ero io, Madalena De La Cruz, la figlia di un diavolo. Era primavera, l’inizio degli anni Novanta, e prima dell’estate mi sarei diplomata. Dopo essermi vestita, presi in mano il mio rosario e mi avviai verso la vecchia cappella. «Madalena» mi salutò la madre superiora, poco prima di entrare. In segno di rispetto abbassai il capo e, in seguito, mi accomodai sulla mia panca. «Sei arrivata di nuovo in ritardo» sussurrò suor Agata, la suora più giovane e vivace del nostro convento. «Mi dispiace» risposi. «Sei fortunata. Se fosse capitato a me, la madre superiora mi avrebbe subito trasferita in un altro convento dall’altra parte del mondo. Ma tu sei la sua preferita…» scherzò suor Agata sottovoce e io cercai di non ridere. Nonostante la battuta briosa, dietro l’atteggiamento autoritario della nostra madre superiora si celava in realtà un cuore d’oro colmo di misericordia ed entrambe lo sapevamo bene. Proprio come me, nel corso degli anni, tante bambine erano state affidate alle suore, condotte per mano da uno dei loro genitori, alcune addirittura in fasce. Tutte figlie di prostitute dedite al crack o di alcolizzate, di donne con anime perdute da molto tempo, ma non abbastanza crudeli da trascinare quelle bambine nel loro Inferno. Figlie di criminali, di immigrati cubani clandestini o di malavitosi. Dopo colazione, pur di non rimanere con le mani in mano in quel giorno di ritiro, decisi di sistemare il nostro orto adiacente alla cappella. Il vecchio e unico cancello di ferro battuto era chiuso, quindi avrei lavorato in silenzio sotto lo sguardo protettivo di Dio. In quel cortile tra il convento e l’altare di Nostro Signore, mi sentivo protetta e a casa, sebbene mi trovassi in uno dei quartieri più malfamati di Miami. Non uscivo mai dal convento, mi era vietato e tuttavia, non mi interessava. Lì avevo tutto quello di cui avevo bisogno e il mondo fuori appariva soltanto come un rumoroso luogo di perdizione. Passata qualche ora, mi sciacquai le mani con l’acqua della pompa e mi sedetti sull’unica panchina. Osservai i miei vestiti sporchi e come in un flashback, mi ritrovai ancora bambina e timida, durante uno dei primi giorni al convento. Mio padre mi aveva appena abbandonata, rinchiudendomi in un luogo lontano dalla mia famiglia, dai miei amici e soprattutto, da mia madre. Ero una De La Cruz, quel nome mi avrebbe perseguitata a vita. Quasi immediatamente, quel pensiero mi riportò alla realtà e a cosa fosse accaduto nei mesi precedenti, durante uno dei pochi incontri con mio padre. Quel ricordo mi fece tremare e, senza accorgermene, il mio viso fu bagnato da un silenzioso pianto. Mio padre era la causa di tutto, i suoi affari, la sua vita vissuta in un susseguirsi di eccessi e peccati. Per scacciare via quei ricordi, presi dalla tasca il mio rosario e iniziai a pregare, per lui e per la mia anima. Pochi pensieri riuscivano a suscitarmi sentimenti negativi. Non ero una peccatrice, non dovevo lasciare che l’odio macchiasse la mia anima. In convento, avevo trovato la pace che la mia famiglia non era riuscita a darmi. L’imposizione di mio padre di tenermi rinchiusa in quel luogo, era stata una conseguenza del mio destino già segnato da prima che nascessi. Un destino che avevo accettato da tempo. Diego De La Cruz aveva paura che prima o poi, se avessi vissuto fuori da quelle mura, qualcuno mi avrebbe utilizzata per distruggerlo, perché ero la sua unica figlia. Continuai a pregare, cercando di scacciare via quei ricordi funesti. Pochi minuti prima di pranzo, il mio gesto fu bruscamente interrotto da uno strano frastuono. Dopo aver alzato il capo per qualche istante, vidi suor Agata camminare rapida verso di me. Poi, come se stesse per accadere un brutto incidente in strada, sentii il rumore di alcune gomme stridere sull’asfalto. Spaventata, mi alzai subito in piedi e suor Agata mi raggiunse correndo, anche lei preoccupata di cosa stesse succedendo poco lontano dal nostro cortile. Seguì un secondo incredibile frastuono e lo schianto di un furgone contro il cancello del nostro convento, che lo rase al suolo. Qualcuno aveva deciso di sfondarlo con forza e dopo alcuni tentativi, era riuscito a farlo alla guida di un vecchio furgone scuro con i vetri sporchi. Pietrificata e senza parole, osservai spaventata due uomini alti e dall’aspetto latino uscire dal mezzo, armati. Il viso di uno di loro mi colpì quasi immediatamente, perché sfigurato da delle orribili cicatrici. «Quién es Madalena De La Cruz? 7» chiese quello stesso uomo con accento cubano, appena fuori dal veicolo. Dopo questa domanda, cercando di fare da scudo per proteggermi, suor Agata mi tirò a sé. La sua prontezza di spirito e il suo animo gentile furono la sua rovina. L’uomo con il viso sfregiato da cicatrici puntò subito la sua arma verso suor Agata e, come se fosse nulla, le sparò dritto in fronte, uccidendola sul colpo. In un attimo, la vita della mia unica amica fu strappata via brutalmente e il suo sangue mi schizzò in viso. Terrorizzata urlai, osservando il cadavere cadere a terra, davanti a me. Appena il mio istinto di sopravvivenza prese il sopravvento, provai subito a fuggire verso l’entrata del convento. Ciò nonostante, la mia fuga fu di breve durata, perché dopo pochi passi qualcosa colpì la mia spalla e l’oscurità mi avvolse. 

*** 
Quando ripresi coscienza, sentii braccia e gambe legate. La testa mi faceva male e il mio capo era coperto da della pungente iuta. Aprii gli occhi con lentezza e attraverso lo strato poco spesso di iuta, cercai subito di intravedere dove fossi finita. Il sole era quasi tramontato e i due uomini che mi avevano rapita stavano discutendo con qualcuno al cellulare, seduti nella parte anteriore del furgone. 
«Dale, estamos llegando. Basta putas! 8» uno di loro sbraitò e chiuse la conversazione. Non conoscevo la sua voce, doveva essere l’altro uomo e non l’assassino di suor Agata. Mi stavano portando da qualche parte, da qualcuno e dalle sue discutibili donne. Non avevo idea di chi fossero, ma pochi istanti dopo capii, bastò un semplice nome per segnare per sempre il mio destino. «Per Santi» disse l’uomo seduto alla guida del furgone, prima di bere un sorso di birra. Quel nome infame, Santi Pacheco, era la causa del mio rapimento. I due uomini facevano parte del clan Guerrera. Ero morta. Per calmare la paura, chiusi gli occhi e la mia mente tornò a sei mesi prima. Quel farabutto di mio padre aveva chiesto di incontrarmi in un parco vicino al convento. In tutti quegli anni lo avevo fatto pochissime volte e con il solo scopo di aiutare i bambini delle famiglie del clan De La Cruz. Saremmo stati soltanto io, lui e il suo gorilla, pronto a difenderlo. Giunta nel luogo prefissato, al posto di trovare mio padre, intravidi Silvio Rivero, un vecchio amico di famiglia che ogni tanto frequentava la nostra parrocchia. «Madalena, come sei cresciuta» disse, appena mi vide. «Gli anni passano per tutti» risposi. «Sono qui per incontrare mio padre. Sei con lui?»
«Tuo padre mi ha riferito di chiederti di aspettarlo. Sono qui per controllare la situazione» accennò. Come sempre, i suoi uomini arrivavano prima del loro re. Così si faceva chiamare mio padre, visto il vasto dominio da lui costruito grazie a droga, armi illegali e riciclo di denaro sporco. «Facciamo due passi?» mi domandò Silvio e io accettai. Camminammo nel parco alberato, parlando del più e del meno, dei suoi figli e di come fossero cresciuti anche loro. Dopo quasi mezz’ora, uno strano battibecco poco lontano colpì la nostra attenzione. Vicino ai bagni pubblici del parco, il braccio destro del clan Guerrera, Santi Pacheco, stava discutendo animatamente con un uomo e una donna. Avevo sentito parlare spesso di quell’uomo, i commercianti del nostro quartiere lo temevano a causa delle sue continue minacce, tanto da venir a chiedere aiuto anche al nostro convento. Era un avvoltoio con l’aspetto di un comune uomo cubano. Di colpo, la donna iniziò a piangere, sfiorandosi il ventre. Era una puta, una puttana dei Guerrera, era incinta e quello accanto a lei era il padre del bambino. Notai subito come il giovane uomo vicino a lei fosse ben vestito. Non appariva come qualcuno che vivesse nel nostro quartiere, la puta invece aveva abiti miseri. Entrambi barcollavano, come se fossero sotto l’effetto di qualche droga. Silvio mi guardò con attenzione. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo tanto vicina a un evento della malavita e lui lo sapeva bene. Sottovalutai quel momento, e anche Silvio fece lo stesso sbaglio. Presi dalla scena e distratti dalle lacrime della donna, entrambi non notammo Santi Pacheco tirare fuori dalla giacca una pistola. In pochi istanti, la sua arma dotata di silenziatore, sparò due colpi. I corpi della puta e del giovane ragazzo ben vestito caddero a terra, senza vita. La mano di Silvio mi tappò subito la bocca, Pacheco non aveva idea che noi lo stessimo osservando da dietro gli alberi. Appena Santi andò via, scoppiai a piangere e iniziai a pregare per le anime di quei due giovani amanti. Mio padre ci raggiunse poco dopo e sebbene l’evento l’avesse lasciato sorpreso, colse subito l’opportunità di liberarsi dei Guerrera. Santi Pacheco non meritava di rimanere a piede libero e impunito. Così accettai di confessare quell’omicidio al primo distretto di polizia e senza rendermene conto, anche di cambiare per sempre la mia vita. Dopo poche settimane di latitanza, Santi Pacheco fu arrestato con l’accusa di duplice omicidio. Un mese dopo l’arresto di Pacheco, Silvio fu ritrovato morto a causa di circostanze accidentali a casa sua, ma tutti sapevamo che fosse stato ammazzato. L’avevano ucciso i Guerrera, il clan rivale dei De La Cruz. Quei ricordi aumentarono il mio mal di testa e persi nuovamente i sensi. 

*** 
Aprii gli occhi e osservai la carcassa in decomposizione di un topo morto a pochi centimetri dal mio viso. Avevo il capo poggiato su un pavimento freddo e i miei polsi erano ancora legati. Il posto in cui ero stata rinchiusa era molto sporco, puzzolente, angusto e buio, tanto da non riuscire a vedere molto bene poiché l’unica luce proveniva da sotto la porta chiusa. In quel momento, sola e legata, iniziai a pensare a come mi avrebbero ucciso. Speravo facessero in fretta, così da non soffrire. Ogni voce o rumore mi faceva provare una morsa al petto, avevo tanta paura da non riuscire neppure a pregare per la mia salvezza, a tal punto da confondere nella mia mente le parole delle preghiere. «Signore, aiutami. Ti prego» piagnucolai più volte. Disperata, invidiai suor Agata per essere morta prima di me. Chiunque mi avesse rapito della famiglia Guerrera, aveva in serbo per me una morte molto più sadica e dolorosa. La vita peccaminosa di mio padre aveva di nuovo interferito con il mio destino. Inaspettatamente, nel silenzio, sentii qualcuno aprire una porta ed entrare in quella che doveva essere una camera adiacente. A ciò, seguì la risata di una donna. 
Confusa, cercai di smettere di piagnucolare per ascoltare cosa stesse accadendo fuori dallo sgabuzzino. «Vieni qui!» ordinò qualcuno. Una voce roca, virile. «Sei proprio una puta sucia9 ! Dale! Spogliati, Anita!» «Ma non ci sentirà?» domandò divertita la voce di una donna. «Chi cazzo se ne fotte? Che senta pure.» «Magari le piacerà…» scherzò la femmina. «Ma sì! Così capirà come si scopa davvero» replicò la voce maschile. Una voce sensuale. Seducente. Chi c’era, nella stanza accanto? «A proposito… non mi hai ancora detto chi sia la chica10.» «Fatti i cazzi tuoi e pensa ad aprire le cosce.» Sconvolta e preoccupata di cosa avrei sentito da lì a poco, pregai il Signore affinché salvasse la mia anima. La mia esperienza con gli uomini era pari a zero, avendo vissuto sempre in convento dall’età di cinque anni. Non avevo mai sentito il bisogno di cercare affetto tra le braccia di un ragazzo o di un uomo. Mi bastava quello puro, dato da Nostro Signore. Tuttavia, non solo sarei morta da lì a poco, ma negli ultimi istanti della mia vita sarei stata costretta a essere testimone di un peccato carnale e sicuramente consumato fuori dal matrimonio. Dei mobili si mossero nell’altra stanza. «Ti piace, vero? Goditelo tutto il mio cazzo» disse la voce dell’uomo, e a quest’affermazione seguì uno schiaffo sulla pelle. «Sì, sì, non smettere!» gemette la donna con un tono di voce eccitato. «Facciamole sentire come fotte un Guerrera.» Pochi istanti dopo, l’uomo e la donna nell’altra stanza iniziarono ad ansimare. I loro gemiti animaleschi divennero sempre più forti, stavano consumando un furioso amplesso. Provai a tapparmi le orecchie per non sentire cosa stessero facendo, ma non ci riuscii per via dei polsi ben legati. La donna urlava per il piacere mentre lui la tormentava sempre di più. Iniziai a pregare sottovoce, pur di non ascoltarli; ma in un istante di silenzio, la mia voce fu sentita. «Chiudi quella cazzo di bocca» mi urlò contro l’uomo dall’altra stanza, udendo le mie preghiere. «Cosa c’è? Non smettere, continua!» lo rimproverò la sua puta. In quel momento qualcun altro entrò nella camera adiacente, come se nulla fosse, come se quel peccato non si stesse consumando davanti ai suoi occhi. Subito mi domandai se ciò fosse normale, se fosse comune per quella gente assistere a certe cose. «Carlos, portami quell’hija de puta11 che continua con le sue preghiere del cazzo» ordinò l’uomo dell’amplesso con tono autoritario. Doveva essere il capo. «Adesso?» si lamentò la donna. «Sta’ zitta! O ti sbatto fuori senza pensarci due volte» fu la risposta. Dopo pochi secondi, la porta dello sgabuzzino si aprì. La luce mi diede subito fastidio, ma mai quanto essere presa per i capelli e trascinata con forza nell’altra stanza. In pochi istanti, mi ritrovai davanti una donna completamente nuda vicina a un tavolo e un uomo svestito ed eccitato. Era alto, bruno e con due occhi come il ghiaccio. La sua bellezza era devastante. Abbassai lo sguardo per un attimo e avvampai alla vista del suo sesso scoperto dinanzi a me. Chi era quell’uomo? Non appena lui mi vide, la sua espressione cambiò repentinamente e subito cercai di voltare il capo, per non soffermarmi più sulla sua virilità. Il suo sguardo pieno di passione mi colpì all’istante, era come se volesse prendermi con forza e fare chissà cosa, lì... davanti a tutti. Era bello. Affascinante. Possedeva una bellezza selvaggia e sensuale. Ma era un pecador. Un angelo dannato. Chiusi gli occhi per non osservare. «Tienile la testa sollevata, Carlos. Voglio che veda mentre fottiamo» ordinò alla fine quell’uomo, riprendendosi da quei pochi istanti in cui io e lui c’eravamo scrutati in silenzio, senza parlare. Il suo tirapiedi fece come ordinato e subito sentii i capelli quasi strappati dalla cute. 38 La coppia ricominciò a consumare quell’atto carnale sotto il mio sguardo. Cercai in tutti i modi di distrarmi, ma fu inutile. Durante l’amplesso, il capo dei Guerrera si voltò verso di me per fissarmi. Quasi fusi brutalmente tra di loro, i loro corpi sudati rapirono la mia attenzione. Erano due animali senza inibizioni. Non avevo mai visto un rapporto sessuale, neanche in un film o in televisione. In quel momento, provai subito un forte senso di vergogna sia per loro che per me stessa. Stavo peccando e non dovevo farlo, ma non riuscivo a distogliere il mio sguardo. Poco prima di raggiungere il piacere, lui si allontanò repentinamente dal corpo della donna e mi mostrò il suo sesso, mettendolo in bella mostra davanti ai miei occhi. Alcuni secondi dopo, tronfio di aver raggiunto il suo scopo, schizzò il suo seme sul sedere della donna, pronta per riceverlo. Scandalizzata, avvampai ancora di più. Appena concluso quel gesto, quasi come un vanto, sorrise nella mia direzione. «Tu sai chi sono?» mi domandò subito dopo quel peccatore. Scossi la testa, non avevo idea di chi fosse, avendo vissuto lontana da quel mondo per tutta la mia vita. Ciò lo confuse per qualche istante, forse non si aspettava che la figlia di Diego De La Cruz non avesse idea di chi fossero i suoi nemici. «Sono Rafael Guerrera e tu, uccellino, sei nella mia gabbia» disse. El pecador si voltò verso il suo tirapiedi e con un silenzioso gesto del capo, gli ordinò di portarmi via. Ci osservammo ancora per pochi istanti, non riuscivo a distogliere l’attenzione da lui, da colui che doveva rappresentare il mio più grande nemico… da Rafael Guerrera. Uno degli uomini menzionati nella mia confessione contro Pacheco. Uno degli uomini che avevo condannato a morte certa.

In bocca al lupo, ragazze. 
Da parte di tutto lo scrigno.




Nessun commento:

Posta un commento