martedì 22 dicembre 2015

La vincitrice del concorso natalizio è....




Il regalo più bello

di

Irene Pistolato


Anche quest’anno sono riuscita a fregarmi con le mie stesse mani. Mi sono offerta di aiutare ad addobbare l’albero della parrocchia, non ho potuto dire di no al parroco che mi conosce fin dalla nascita. Mi sarei sentita in colpa per aver trovato una scusa per non farlo. In fin dei conti ho appena perso il lavoro che tanto amavo e non ho nulla di meglio da fare. Almeno mi distraggo e mi tengo attiva in qualcosa che mi piace. Ero una vetrinista prima che questa crisi mandasse in fallimento l’azienda per cui lavoravo, lasciandomi per strada. Non ho ancora metabolizzato la cosa, ma dopo queste feste comincerò a darmi da fare per trovare un nuovo lavoro. Farò finta di essere in vacanza forzata e non retribuita. 

«Mamma, io vado da Don Luigi», urlo dalla porta d’ingresso.

Mia madre sbuca dalla cucina, con il suo immancabile grembiule legato in vita.

«Va bene, tesoro. Ti aspetto per cena allora», dice con il sorriso sulle labbra.

«Se dovessi ritardare, non aspettarmi. Al massimo mi fermo a mangiare una pizza qui sotto. Non so quanto mi ci vorrà per decorare quel mega albero, non è così piccolo». Quest’anno hanno proprio voluto esagerare, mi ci vorrà una scala per arrivare in cima.

«Non c’è nessuno a darti una mano?», chiede mia madre accigliandosi impercettibilmente. 

«Non ne ho idea, ma non credo ci sia qualche altro masochista in questo paese. Basto io». Le strizzo l’occhio, spalancando la porta e uscendo di casa. 

Vivo ancora con mia madre, nonostante i miei ventinove anni. Non mi ritengo una bambocciona, ho sempre lavorato da quando ho finito la scuola, aiuto in casa, pago le bollette, non vivo alle sue spalle. Mio padre è venuto a mancare tre anni fa, poco prima avevo trovato un posticino piccolino dove potermi trasferire, ma quando si è ammalato, non me la sono sentita di lasciarli soli. Mia madre è caduta in depressione dopo la sua morte e ho deciso di rimanere con lei, almeno fino a quando non avrei trovato un uomo con cui andare a vivere. Finora nessuno è ancora apparso all’orizzonte. Se continuo di questo passo, rimarrò zitella a vita. Almeno avrò mia madre a farmi compagnia.

Appena messo il naso fuori dal palazzo, rimango congelata sul posto. Mi sembra di essere al Polo Nord, mancano solo le slitte con le renne lungo la strada. Sistemo meglio la sciarpa al collo, nascondendo dentro anche il naso. Fa un freddo assurdo oggi! Un fiocco di neve cade sulla lente dei miei occhiali, sciogliendosi e lasciando la goccia d’acqua. Alzo lo sguardo al cielo e i fiocchi si stanno facendo via via più numerosi. Si prospetta una bella nevicata. Forse è meglio se mi do una mossa a raggiungere la parrocchia: prima finisco di decorare l’abete, prima torno a casa al caldo.

Don Luigi mi accoglie con un abbraccio non appena varco la soglia della canonica.

«Ciao Enrica. Come stai?», domanda l’anziano con un sorriso sincero.

«Diciamo bene, dai. È inutile lamentarsi», rispondo stringendomi nelle spalle.

«Hai ragione. Sei sempre stata una ragazza intelligente e in gamba, faranno a gara per averti nella loro azienda. Sono certo che troverai un lavoro in fretta». Mi è sempre piaciuto il suo ottimismo, anche se io non sono così certa di trovare qualcosa in tempi brevi.

«Speriamo», commento in un sospiro.

«Vieni, ti faccio vedere dove sono tutte le decorazioni. Negli anni i parrocchiani ne hanno donate davvero molte, usa pure tutto quello che vuoi. Esprimi al meglio il tuo estro e sarà certamente un capolavoro».

Raggiungiamo una stanza situata nel seminterrato, è piccola, buia e particolarmente fredda.

«L’unica cosa negativa è che dovrai farti un po’ di rampe di scale per portare su gli scatoloni. Io non posso aiutarti, la mia schiena è malridotta. Ho trovato però un giovane disposto a dare una mano». La sua espressione si incupisce e poi aggiunge: «Diciamo che non è un ragazzo dal carattere semplice, ma posso assicurarti che ha la testa sulle spalle».

Questa premessa non è molto rassicurante. Spero vivamente di non avere a che fare con Jack lo squartatore.

«Ti lascio a rovistare. L’albero sai dov’è, sbizzarrisciti!». Mi regala un altro sorriso gentile, prima di tornare nei suoi alloggi caldi e accoglienti. Questa parte della canonica non è certamente la più frequentata e nemmeno la più pulita. Ci sono ragnatele enormi in ogni angolo e mostriciattoli neri che corrono rapidi sul pavimento. Questa sottospecie di magazzino è davvero orribile, voglio passarci il meno tempo possibile. 

«Bene, rimbocchiamoci le mani!», esclamo tra me e me, battendo le mani. Mi avvicino a degli scatoloni con scritto in cima Natale a caratteri cubitali e ne apro uno, sperando di non trovarci delle strane sorprese all’interno. Ci sono molte palline di vari colori, abbandonate alla rinfusa. In questi scatoloni ci sarà sicuramente un’accozzaglia tremenda di decorazioni. In fin dei conti è l’albero parrocchiale, mica quello della Casa Bianca.

«Che cosa devo fare?». Una voce roca alle mie spalle mi fa sobbalzare, rovesciando in terra una abbondante quantità di palline variopinte.

«Preferibilmente non farmi venire un infarto», borbotto ancora con il cuore in gola.

«Se ti do tanto fastidio, puoi anche arrangiarti. Non ho chiesto io di fare questa stronzata», brontola la stessa voce cui devo ancora dare un volto.

Mi giro di scatto, con le mani ben piantate sui fianchi, pronta a fulminarlo con lo sguardo. Mi ritrovo, invece, con la bocca leggermente aperta a fissare un uomo più o meno della mia età, con i capelli biondi corti e gli occhi di un azzurro mozzafiato. Ha una cicatrice sulla parte destra del viso, vicino alle labbra che sono arricciate in una smorfia disgustata. Spero che il suo disappunto non sia rivolto alla mia persona.

«Forse abbiamo cominciato nel modo sbagliato. Io sono Enrica». Allungo una mano nella sua direzione, aspettando che la stringa. Lascio cadere il braccio lungo il fianco, quando mi rendo conto che non ha alcuna intenzione di fare amicizia con la sottoscritta. Mi guarda come se fossi una cosa talmente orribile da fare male agli occhi. In mezzo secondo è riuscito a farmi sentire una nullità e una schifezza di prim’ordine. Mi pento di aver accettato questo lavoretto, non retribuito oltretutto. Gli volto nuovamente le spalle, sentendomi il viso in fiamme. So di non essere una top model, ma non credevo di essere così da buttare. Raccolgo le palline cadute sul pavimento, rimettendole nello scatolone. Una sfugge alla mia presa ed è lui a recuperarla, le nostre mani si sfiorano appena.

«Io sono Francesco», dice sommessamente, quasi fosse un sussurro troppo vicino al mio orecchio. 

Mi volto di poco e i nostri occhi si incontrano per una frazione di secondo. Distolgo immediatamente lo sguardo, in totale imbarazzo. Recupero un po’ di contegno, schiarendomi la gola.

«Tieni, aiutami a portarlo nella sala». Gli passo lo scatolone e lui lo afferra saldamente.

«Se ne metti un altro qui sopra, riesco a portarne due». 

Resta in attesa per qualche istante e poi sale le scale, scuotendo la testa. Non mi va di vederlo rotolare giù per il troppo peso, non ha senso fare l’uomo tutto d’un pezzo. 

Apro un altro scatolone, trovandoci all’interno dei festoni. Lo sollevo e mi volto, pronta a metterlo in un angolo per uno dei prossimi giri. Francesco me lo ruba di mano, prima che riesca a rendermi conto che lui è già pronto.

«Me lo fai un favore? Metti anche quello scatolone qui sopra. Non ho voglia di farmi duecento giri», brontola indicandone uno con la scritta Luci in cima.

Lo accontento, ma questa volta non gli nego un’occhiataccia. Questa collaborazione non è cominciata con il piede giusto e sono certa che potrà solo peggiorare.

Non faccio in tempo a controllare una nuova scatola, Francesco è già di ritorno. Come cavolo fa ad essere tanto veloce? Io sarei ancora al primo scatolone.

«Hai mangiato peperoncino prima di venire qui?», chiedo ironica.

Lui mi fissa con un sopracciglio inarcato, incrociando le braccia al petto.

«Dovrei ridere a questa tua battuta?». Certo che è pure permaloso. Spero che questa tortura finisca in fretta, non credo di poterlo sopportare per troppo tempo. Don Luigi ha detto che ha un carattere difficile, secondo me è proprio stronzo.

«Se ti va ridi pure, altrimenti fai a meno. Non sei obbligato», mugugno risentita.

Ride amaramente, sprezzante, prendendosi gioco di me. È la persona più fastidiosa che io abbia mai conosciuto finora.

«Porta di sopra questi due scatoloni e finiamola. Poi posso anche arrangiarmi a decorare l’albero, non ho bisogno della tua presenza», dico indicandogli le due scatole marroni.

Mi incammino su per le scale, senza aspettare un commento da parte sua. So che avrebbe detto qualcosa di cattivo, perciò ho preferito non dargli l’occasione di burlarsi di me. Raggiungo la sala dove è stato sistemato l’albero. Viene usata anche per organizzare delle feste di compleanno, visto che accanto c’è il bar dell’oratorio. Il parroco ha voluto che allestissi questa stanza, rendendola accogliente in vista di una festa parrocchiale organizzata per il giorno successivo. Ho pochissimo tempo per sistemare ogni cosa, ma è il mio mestiere e so come muovermi. 

Francesco mi affianca, fissando anche lui l’albero davanti a noi.

«Stai parlando con questo abete? Gli stai chiedendo che palline preferisce?», domanda con una punta di ironia nella voce.

«Senti, fammi il piacere di andare a farti un giro. La tua presenza mi infastidisce e non riesco a concentrarmi». Non rispondo nemmeno alla sua provocazione, non ne ho alcuna voglia.

«Visto che ti do così tanto fastidio, mi siedo qui in terra e guardo che magie compirai su questo albero spelacchiato. Non voglio perdermi questo spettacolo». Si lascia andare sul pavimento, incrociando le lunghe gambe e posando il mento sulla mano chiusa a pugno.

Alzo gli occhi al soffitto e butto fuori un po’ per volta l’aria che ho incamerato nelle guance. Non posso davvero credere che sono obbligata a trascorrere del tempo con questo troglodita maleducato.

«Fai come ti pare».

Gli volto le spalle e mi abbasso ad aprire lo scatolone con le palline che avevo rovesciato poco fa nello stanzino.

«Hai davvero un gran bel culo», commenta all’improvviso. Mi raddrizzo immediatamente, spostandomi lateralmente in modo tale da non dargli nuovamente l’occasione di guardare quello che non dovrebbe. Da questa angolazione posso controllarlo meglio, non mi toglie gli occhi di dosso. Non riesco a decifrare la sua espressione, ma mi duole ammettere che è davvero carino. Una sorta di sorrisetto si forma sulle sue labbra, non appena mi piego di nuovo per afferrare qualche decorazione.

«Che c’è adesso?», sbotto esasperata.

«Nulla. Stavo solo pensando che se ti togliessi il cappotto, potrei guardarti nella scollatura mentre lavori».

Gli lancio contro una delle palline che tengo tra le mani. Lui la afferra al volo. Sto per commentare questa sua sparata, ma lui mi anticipa, stupendomi.

«Lo so, sono maleducato. Non serve che me lo dici, lo fanno già in molti».

Gioca con la decorazione, la fa ruotare tra le dita, lanciandola poi in aria e riprendendola senza alcuna difficoltà. Evita volontariamente il mio sguardo. Dietro quella facciata da strafottente, c’è un uomo tanto solo secondo me.

«Magari se mi dai una mano». Lascio la frase in sospeso, appendendo una pallina di un bell’azzurro.

Un attimo dopo lo ritrovo al mio fianco, appende la decorazione a forma di stella che gli avevo tirato addosso.

«Va bene così, maestrina?», chiede con ironia.

«Va benissimo», rispondo senza dargli la soddisfazione di rispondergli in malo modo, anche se la tentazione è davvero molto forte.

Mi allontano da lui, andando a decorare un’altra zona dell’abete. Lui, però, si avvicina nuovamente a me. Si diverte a irritarmi, ne sono certa. Non capisco se sia solo in cerca di attenzioni o voglia davvero farsi prendere a calci nel sedere. Rimaniamo in silenzio per la successiva ora, ci scambiamo solo qualche sguardo, i suoi sono enigmatici. Non riesco proprio a capire che cosa possa pensare di me, non che mi importi realmente saperlo.

«Hai il ragazzo?», mi domanda con quella sua voce roca incredibilmente sexy.

Rimango sorpresa nel sentirlo parlare di nuovo, credevo non mi avrebbe più rivolto la parola fino alla fine del nostro lavoro.

«Come mai stai dando per scontato che io non sia sposata?». Mi blocco con un fiocco di neve tra le mani, guardandolo di traverso. Ho l’aria della zitellona probabilmente.

«Non indossi una fede, un solitario, non c’è alcun anello alle tue dita», risponde monocorde.

Elementare Watson! Mi sento arrossire per la vergogna. Stavolta sono stata io quella acida. Mi ritrovo a sospirare, cercando di ritrovare un po’ della mia gentilezza che sembra avermi abbandonato da quando l’ho conosciuto.

«No, non ho un ragazzo». Gli concedo alla fine.

«Come mai?». Perché non continua a farsi i cavoli suoi? Stava andando così bene.

«Non lo so, forse non sono mai riuscita ad attirare l’attenzione di voi uomini perché non vado in giro con le mie grazie al vento e non ho il fisico da modella», mugugno imbarazzata. Non mi piace espormi in questo modo con lui. Sono certa che ora si metterà a ridere a crepapelle e dirà che è proprio quello il motivo.

«Non vorrai dirmi che non sei mai stata con un ragazzo, vero?». Spalanca gli occhi per la sorpresa.

«Certo che ci sono stata, non sono una santarellina», borbotto infastidita dalla sua reazione.

«Per fortuna», commenta lui. Un sorriso malizioso si forma sulle sue labbra, abbasso lo sguardo, arrossendo visibilmente. 

All’improvviso si spengono le luci, veniamo avvolti dal buio e io lancio un gridolino isterico per lo spavento.

«È andata via la corrente», dice il genio, come se non me ne fossi accorta anche da sola. «Vado a controllare se è saltata ovunque».

«No, ti prego, non lasciarmi sola». Oh mamma! Sembro così patetica in questo momento. Non sopporto quando non riesco a vedere dove metto i piedi.

Lo sento sbuffare, la sua espressione contrariata posso solo immaginarla.

«Sei una pappamolle», borbotta.

Non ho affatto voglia di commentare, rischierei solamente di essere maleducata e io di natura non lo sono.

«Enrica parlami», dice lui a un tratto.

Non ci penso nemmeno! Mi ha trattato come un’idiota, perciò ho deciso di non aprire più bocca.

«Se non ti decidi a parlare, giuro che appena torna la luce ti prendo a calci», sbotta parecchio infastidito.

«Che cavolo vuoi da me? Mi hai trattato come una nullità dal primo istante che hai messo piede qui. Perché dovrei perdere tempo a parlare con te? Voglio solo andarmene da questo posto», piagnucolo. Non era mia intenzione farmi vedere debole da lui, ma ho davvero un bisogno disperato di un po’ di luce. Questo buio mi opprime.

Qualcosa sfiora il mio braccio, mi sfugge un urlo.

«Sono io, stai tranquilla», mormora vicino al mio orecchio.

La sua mano scende sul mio fianco e mi avvicina a sé. Mi mette a disagio questa vicinanza, riesco a sentire il suo profumo ed è piuttosto gradevole.

«Dovremmo provare a raggiungere la porta. Te la senti?», chiede con tono pacato, sembra stranamente gentile.

«E se inciampassimo su qualcosa?». Non vorrei rompermi l’osso del collo, brancolando letteralmente nel buio.

«La probabilità c’è, ma non possiamo nemmeno rimanere qui senza fare niente. Altrimenti dovremmo trovare un’alternativa per far passare il tempo». Propone con un tono strano.

«Per esempio?», domando debolmente. Non so che intenzioni abbia, ma non mi sento in pericolo chiusa in questa stanza con lui.

«Non so se ti piacerebbe sapere la risposta». Le sue dita stringono di più il mio fianco, facendomi sussultare. Sento il suo respiro sulle labbra, decido di non muovermi per non creare situazioni imbarazzanti. Allora perché la sua vicinanza mi provoca dei pensieri impuri? Era da moltissimo tempo che non ero avvinghiata in questo modo ad un uomo e la mia fantasia galoppa, forse fin troppo.

La stanza si illumina all’improvviso, facendomi sbattere ripetutamente le palpebre per lo shock. Ormai mi stavo quasi abituando all’oscurità. Quando mi riprendo, mi rendo conto di essere ancora stretta fra le braccia di Francesco. I suoi occhi chiari stanno fissando la mia bocca. Mi stacco lentamente da lui, in totale imbarazzo.

«Ragazzi state bene?». Don Luigi entra nella stanza con una torcia tra le mani.

«Stiamo bene», rispondo per entrambi. «Che cosa è successo?».

«È andata via la luce in tutto il quartiere, da quanto ho capito. Sono riusciti a riderla in fretta, ma sta continuando a nevicare e ho paura che non sarà un caso isolato». Ci spiega con una tranquillità esasperante. Beato lui che non ha paura di rimanere al buio.

Un forte boato proveniente dall’esterno ci fa voltare tutti e tre. Che cosa sta succedendo?

Francesco corre fuori da questa stanza senza finestre per controllare, io lo seguo immediatamente, desiderosa di scoprire che cos’era quel frastuono. È fermo davanti a una finestra, con lo sguardo fisso all’esterno.

«C’è qualcosa che non va?», chiedo affiancandolo.

Si sposta lateralmente, lasciandomi lo spazio necessario per guardare con i miei occhi: un albero enorme è caduto davanti alla canonica, riversando quintali di neve a terra e ostruendo il passaggio.

«Credo che siamo bloccati qui», risponde facendosi spazio accanto a me. Guardiamo entrambi nella stessa direzione, pensierosi.

«Resterete qui stanotte». Il parroco appare alle nostre spalle, posa una mano sul mio braccio. «Avverto io tua mamma, così non si preoccupa».

«Grazie Don», gli dico con un mezzo sorriso.

Non muoio dalla voglia di rimanere qui a dormire, ma non credo ci siano tante altre alternative.

«Vivi ancora con la mamma?», chiede Francesco quando il parroco se ne torna nelle sue stanze.

«Non mi piace il tono che usi con me. Se hai qualcosa da ridire, fallo, ma non girarci intorno con domande ironiche, pronto silenziosamente a sfottermi. Sì, vivo ancora con mia mamma. Ti crea qualche problema questa cosa?». Incrocio le braccia al petto, allontanandomi di qualche passo da lui, aumentando la distanza tra noi.

«No, nessun problema», borbotta incupendosi.

«Bene, mi fa piacere!», esclamo scansandolo e tornandomene dal mio albero da decorare. Mancano ancora tutti i festoni e, probabilmente, anche qualche altra decorazione. 

Mi estraneo, cercando di non pensare a nulla, ma la sua presenza mi opprime a tal punto da non riuscirci del tutto. Un cuore glitterato di un azzurro intenso appare davanti ai miei occhi.

«È il tuo modo per chiedermi scusa?», mugugno guardandolo di sottecchi.

«Diciamo di sì», ammette con un angolo della bocca sollevato all’insù.

Qualcuno entra nella stanza, attirando la nostra attenzione con un leggero colpo di tosse. Gianna, la perpetua, ci raggiunge con un vassoio tra le mani.

«Sarete stanchi e affamati. Ho preparato un po’ di minestra calda visto che qui dentro si gela. Vi ho farcito anche un panino con del prosciutto. Purtroppo non ho molte cose da giovani nella dispensa», dice visibilmente dispiaciuta.

«Va benissimo, Gianna. Grazie mille». La rassicuro con un sorriso sincero. È stato davvero carino da parte sua portarci qualcosa da mangiare.

«Vi preparo la stanza nel frattempo. Purtroppo dovrete dividervela, è l’unica camera libera che abbiamo a disposizione». Ecco, questa notizia preferivo non sentirla. Sarò pure costretta a dormire nella stessa stanza di Francesco. Spero almeno ci siano dei letti singoli e parecchio distanti l’uno dall’altro.

Gianna posa il vassoio su un tavolo poco più in là, salutandoci con la mano prima di sparire.

«Se non ti va di condividere la stanza, posso sempre dormire qui sul pavimento». Francesco si siede afferrando una fondina con la minestra e immergendoci il cucchiaio.

«Non mi dà fastidio, non ti preoccupare». Cerco di essere convincente, ma la mia voce mi tradisce e anche lui lo nota.

«Sembrerebbe il contrario, ma farò finta di niente. Non avevo davvero intenzione di dormire su una superficie fredda e dura, mi spezzerei la schiena». Comincia a mangiare senza nemmeno aspettarmi, non che doveva per forza farlo, ma sarebbe stato decisamente educato.

Mi siedo di fronte a lui, avvicinando il vassoio. La minestra è ancora rovente, avevo proprio bisogno di qualcosa che mi scaldasse lo stomaco. Fa davvero freddo in questo posto. Francesco addenta il panino al mio terzo cucchiaio di minestra. Non ho mai visto nessuno mangiare tanto voracemente. Lo fisso con la fronte aggrottata.

«Che c’è?», sbotta mandando giù il boccone.

«Sembra che non mangi da una settimana», farfuglio stringendomi nelle spalle.

«Non mangio da due giorni», dice evitando di guardarmi. Mastica più lentamente ora, sembra a disagio.

Spero mi stia prendendo in giro. Come si fa a non mangiare da due giorni? Io sarei morta di fame prima. Non sembra fingere e mi si chiude lo stomaco, mi è passato l’appetito. Vorrei offrirgli anche il mio panino, ma ho paura che si possa offendere. Decido di darne un paio di piccoli morsi, fingendo di essere sazia, anche se lo divorerei fino all’ultimo boccone.

«Ti va di aiutarmi? Non ce la faccio a mangiarlo tutto». Gli porgo il pane farcito e lui mi guarda dubbioso. «Davvero, non ce la faccio più».

Francesco allora lo afferra, divorandolo in meno di un minuto. Gli verso un bicchiere di acqua che Gianna ha premurosamente messo in una brocca e glielo passo. Lo manda giù tutto d’un fiato.

Mi ringrazia con un filo di voce, senza alcuna traccia di ironia. Sembra sinceramente colpito da questo mio gesto. Credo sappia benissimo anche lui che ho mentito.

«Finiamo di mettere almeno i festoni, poi possiamo anche smettere. Non so te, ma io sono letteralmente a pezzi», dico alzandomi dalla sedia e dirigendomi verso l’albero.

«Sono stanco anch’io». Si stiracchia rumorosamente, facendo scricchiolare le articolazioni delle mani.

Ci mettiamo mezzora a finire di decorare l’abete, manca solo il puntale. In uno degli scatoloni ho trovato un angelo bellissimo, vestito d’oro e di bianco. Lo tengo stretto tra le mani, fissando la punta dell’albero. 

«Lo metteresti tu, per favore? Io non ci arrivo». Allungo l’angelo a Francesco, ma lui inaspettatamente mi afferra per i fianchi, sollevandomi in aria.

«Sei per caso impazzito?», brontolo chiudendo gli occhi. Soffro di vertigini anche da questa altezza e poi ho paura che mi faccia cadere.

«Spetta a te metterlo. Ti tengo io, non aver paura». Mi rassicura con una nota di dolcezza nella sua voce roca. Avvolgo un braccio intorno al suo collo per sentirmi un po’ più sicura e con una mano aggancio la decorazione.

«Hai visto com’è stato semplice?». Mi fa scendere lentamente, tenendomi stretta a sé. Involontariamente anche l’altro mio braccio si sistema intorno al suo collo e, una volta che i miei piedi toccano terra, le sue labbra sfiorano per sbaglio le mie. Vengo percorsa da dei brividi inaspettati, mentre il mio viso comincia a scottare, devo essere rossa come un peperone. Mi lascia libera di andare, allentando la presa sul mio corpo, anche se non vorrei proprio allontanarmi da lui. Mi ritrovo a fissare le sue labbra, a chiedermi come si è procurato quella strana cicatrice. Mi stacco da lui, le gambe sono particolarmente molli. Ho bisogno di stendermi e dormire qualche ora.

«Io andrei a riposare», farfuglio frastornata.

«Vengo anch’io». Sfiora la mia mano con la sua nell’affiancarmi. Sembrano gesti casuali, ma ho la sensazione che non lo siano affatto.

Troviamo Gianna lungo il corridoio, la informiamo di aver terminato con l’albero e di aver bisogno di riposare. Ci accompagna nella nostra stanza al piano superiore, chiudendosi la porta alle spalle nell’uscire. Fortuna vuole che ci sia anche un piccolo bagno. Mi chiudo al suo interno e mi rinfresco il viso. Guardo il mio riflesso allo specchio e una smorfia appare sulle mie labbra. I miei capelli sono tutti scompigliati, non mi sono nemmeno truccata per venire qui e non sono proprio una bella visione. Per forza poi non riesco a trovarmi un uomo. Sbuffo sconsolata, tornando in camera.

Francesco è seduto su quello che ha scelto come letto e si sta sfilando i pantaloni senza alcuna vergogna. Mi volto di scatto, arrossendo nuovamente. Mi dirigo verso il mio letto, mi siedo dandogli le spalle. Mi sfilo il cappotto, adagiandolo sulla pediera in legno. Tolgo le scarpe, sistemandole vicino al muro. Scosto le coperte e mi infilo sotto. Poso gli occhiali sul piccolo comodino accanto al letto.

«Non ti conviene andare a letto vestita. Togliti almeno i pantaloni e il maglione», dice Francesco serio.

«Ma ho freddo», brontolo tirando la coperta fino a coprirmi anche il naso.

«Ti do anche la mia coperta, così starai più al caldo», continua lui senza voler sentire ragione.

Sbuffo sonoramente, accontentandolo. Mi sfilo i pantaloni da qui sotto, non voglio che lui mi veda mezza nuda, facendo poi lo stesso anche con il maglione di lana. Li getto sul pavimento, sperando che sia abbastanza pulito.

«Contento ora?», borbotto girandomi su un fianco.

Indosso ancora i calzini di lana, eppure i miei piedi sono dei pezzi di ghiaccio. Questa stanza non sarà riscaldata da secoli e io sto letteralmente gelando. Muovo ritmicamente le gambe, cercando un po’ di sollievo. Quanto vorrei il mio scaldasonno in questo momento.

Le coperte si sollevano senza preavviso e dell’aria gelida mi fa tremare ancora di più. Un istante dopo, vengo avvolta da un calore improvviso e tanto piacevole.

«Penso sia il modo migliore per non gelare questa notte», mormora Francesco al mio orecchio, coricandosi alle mie spalle. Posa una mano sul mio ventre, facendo aderire i nostri corpi.

«Dovremmo stringerci un po’, spero non ti dispiaccia».

Probabilmente dovrei ribellarmi, cacciarlo dal mio letto, ma ho talmente freddo, che il calore del suo corpo mi fa stare immediatamente meglio. Poso una mano sulla sua, chiudendo gli occhi e addormentandomi in un istante. Mai avrei pensato di passare la notte con un uomo conosciuto da poco, dividendo lo stesso letto ad una piazza oltretutto. Quando apro gli occhi, lui mi sta fissando. Non sono più di spalle, devo essermi girata nel sonno. Sono aggrappata a lui per paura di cadere sul pavimento.

Francesco fa scorrere due dita sulla mia guancia, scostando una ciocca di capelli e portandomela dietro l’orecchio. I suoi occhi continuano a spostarsi dalle mie iridi alle mie labbra, rapidi. Sfioro la sua cicatrice con le dita, spostandole poi sulla sua bocca leggermente aperta. Ho voglia di essere baciata in questo momento, di essere sfiorata. Tutta questa situazione è talmente surreale da sembrare solamente finzione.

«Come te la sei procurata?», chiedo con un filo di voce, tornando a sfiorare quel segno indelebile sul suo volto.

«Ho fatto a botte con un mio amico, per una donna», risponde facendo scivolare la mano sul mio fianco, le dita scendono lentamente fino a raggiungere la mia coscia nuda.

«E lei chi ha scelto?», domando debolmente.

«Ha scelto lui, ovviamente. Nessuno avrebbe mai scelto me». Un lampo di tristezza passa rapido nei suoi occhi così azzurri da togliermi il respiro.

«Perché dici questo?». La mia mano si posiziona dietro al suo collo, le dita si insinuano tra i suoi capelli, carezzandogli delicatamente la cute.

«Chi vorrebbe un uomo che non ha mai un soldo in tasca, che vive di piccoli lavoretti per sopravvivere e che non sa se riuscirà a portare un pasto caldo a tavola la sera? Nessuno vorrebbe perdere tempo con me, tanto meno una donna che desidera tutto l’agio possibile», mi racconta distogliendo lo sguardo. «Non ho nemmeno una famiglia che mi possa aiutare, sono rimasto solo al mondo. Sono fortunato ad avere almeno un tetto sopra la testa grazie a Don Luigi. Devo molto a lui. Basta parlare di me, la mia vita non è interessante».

«Nemmeno la mia lo è, fidati», commento accoccolandomi di più a lui. Affondo il naso nell’incavo del suo collo, respirando il suo profumo, sa di buono. Vorrei poter provare il sapore dei suoi baci.

«Lascia giudicare a me». Continua a scorrere le dita sulla mia pelle ormai calda grazie a lui, regalandomi dei brividi strani, non dovuti alla temperatura.

«Ho appena perso il lavoro, l’azienda per cui lavoravo ha chiuso. Vivo ancora con mia madre perché non me la sono sentita di lasciarla quando è morto mio padre. Lei ha solo me e ho rinunciato alla mia indipendenza per aiutarla. Avevo paura che si lasciasse andare, mi sono sentita in dovere di stare con lei dopo tutto quello che loro avevano fatto per me». Gli racconto la mia storia, come lui ha fatto con me.

«Tua madre è fortunata ad averti come figlia», mormora sfiorando la mia fronte con le labbra. «Sei stata gentile con me stasera. Ti sei privata della tua cena per darla a me. Sono stato anche piuttosto sgarbato e irritante, ma tu sei stata così carina, così dolce».

Scende a baciarmi la punta del naso, sollevando poi il mio mento con due dita. Mi guarda negli occhi per pochi istanti, prima di posare le labbra sulle mie. 

«Sei così dolce», ripete in un sussurro, riprendendo subito dopo a baciarmi. Questa volta schiudo le labbra, dandogli il permesso di approfondire il bacio. La mia mano si insinua sotto la sua maglietta, gli carezzo la schiena con i polpastrelli, lievemente. Le nostre lingue si studiano timide, scambiandosi tocchi delicati, capaci di infuocarmi il basso ventre. Le mie cosce si allargano senza alcun controllo da parte mia, Francesco se ne rende conto e fa scivolare la mano tra di esse. Sfiora la mia intimità, facendomi sospirare sulle sue labbra. Mi morde il labbro inferiore, scendendo poi lungo il mio collo con la lingua. Le sue dita scostano le mie mutandine, insinuandosi al di sotto e stuzzicando la mia intimità. Sento la sua eccitazione premere contro il mio fianco. Voglio lasciarmi andare al piacere questa notte, ne ho bisogno e non voglio pensare a quello che succederà poi. Francesco mi sta trattando gentilmente, facendomi provare sensazioni nuove.

Sollevo la mia maglietta, mettendo in mostra il mio seno coperto da del pizzo rosa. I capezzoli sono talmente turgidi da fare quasi male. Francesco scende più giù con le labbra, scosta il reggiseno con la bocca, fiondandosi su un capezzolo e succhiandolo. Lo tiene tra i denti, rilasciandolo e suggendolo. Le sue dita si muovono rapide dentro di me, donandomi piacere. Mi sento tutta un fuoco, il sangue sta bollendo dentro le mie vene.

«Ti voglio», mormora al mio orecchio con voce ancora più roca del solito. «Credi che andremo all’inferno se ti facessi mia in questa stanza della canonica?».

«Non lo so e sinceramente non mi importa», rispondo infilando una mano all’interno dei suoi boxer e liberando il suo membro, muovendo su e giù la mano. Francesco ansima al mio orecchio, rendendo il tutto ancora più eccitante.

«Avevi ragione a dire che non eri una santarellina», commenta strappandomi quasi le mutandine e sdraiandosi su di me. 

«E tu non sei così scortese come fingi di essere», farfuglio allacciandogli le braccia intorno al collo, attirandolo a me e baciandogli le labbra. «Sei l’uomo più gentile che abbia mai conosciuto».

«Io non posso darti niente», dice entrando in me delicatamente. «A parte questo».

Un gemito sfugge al mio controllo, lo soffoca con un bacio mozzafiato.

«Io cerco solo una cosa: l’amore». Riesco a dire a fatica. Francesco si muove lentamente dentro di me, accentuando la mia voglia di lui.

«Ho tanto amore da darti, se vorrai». Non aspetta che aggiunga altro, mi bacia con ardore fino a togliermi il respiro, continuando a donarmi piacere con spinte ora più decise.

Si ferma all’improvviso, rimanendo immobile e guardandomi con espressione dolce. Sfioro la cicatrice con le dita, Francesco le intercetta, baciandole lentamente.

«Faresti a botte per me?», chiedo tornando a guardarlo negli occhi.

«Per te mi prenderei un’altra coltellata», risponde senza pensarci un secondo.

«Perché?». Quel quesito esce in un sussurro.

«Perché ne varrebbe la pena. Tu sceglieresti me», dice sicuro di sé.

«Come fai ad esserne così certo?».

«Riesco a leggerlo nei tuoi occhi», soffia sulle mie labbra prima di baciarle sensualmente. «Correggimi se sbaglio».

«Non sbagli», mormoro attirandolo più vicino a me e baciandolo a mia volta. «Sceglierei sempre te».

«Perché?». Stavolta è lui a pormi questa domanda.

«Perché possiamo rinascere insieme. Tu hai bisogno di me e io ho un disperato bisogno di qualcuno come te. Ho sempre avuto un debole per i cattivi ragazzi», rispondo facendo scorrere le dita sotto la sua maglietta e aiutandolo a sfilarla. Lui fa lo stesso con la mia, slacciando anche il reggiseno. Ora siamo completamente nudi e riprendiamo a scambiarci dei baci bollenti.

«Quindi sarei un cattivo ragazzo?». Un sorriso malizioso si forma sulle sue labbra.

Io annuisco, sentendomi il viso in fiamme. 

«Ora ti faccio vedere che cosa un cattivo ragazzo sa fare». La sua bocca si fonde con la mia, riprendendo a muoversi dentro di me. Le mie gambe si allacciano attorno ai suoi fianchi, aiutandolo ad affondare sempre più in profondità. Vorrei poter gemere liberamente, ma devo trattenermi, così continuo a cercare le sue labbra per non gridare. Un calore improvviso mi pervade, un piacere mai provato scuote il mio corpo. Un istante dopo anche Francesco raggiunge l’apice del piacere, riversandosi tra le mie cosce.

Siamo entrambi senza fiato, ma non riusciamo a smettere di baciarci, di sfiorarci, addormentandoci poco dopo in un abbraccio.

Ci svegliamo qualche ora più tardi, stretti l’uno all’altra. Francesco carezza delicatamente il mio viso, sorridendomi. Ricambio il sorriso, allungandomi verso di lui per potergli baciare le labbra. Il bacio si fa rovente in un attimo, risvegliando la voglia di entrambi di stare insieme. Decidiamo di soddisfarla, facendo l’amore lentamente. Francesco è un uomo dolcissimo, sa come farmi perdere la testa. Era lui che stavo cercando.

Scendiamo di sotto verso le otto, mano nella mano. Ammetto di non riuscire più a stare lontana da lui. A Francesco sembra non dispiacere. Don Luigi ci accoglie con un sorriso divertito.

«Ero certo che voi due eravate perfetti l’uno per l’altra», esclama felice. 

Ho come la sensazione che abbia fatto apposta a farci lavorare insieme, convinto che avremmo fatto faville. Beh, aveva ragione e non me la sento di smentirlo. Mi stringo a Francesco, lui mi abbraccia senza alcuna esitazione, baciandomi le labbra. Ci sorridiamo raggianti. Non potevo avere un regalo più bello di lui questo Natale.




1 commento:

  1. Grazie mille ragazze! Che emozione vedere la mia storia nel vostro bellissimo blog! Grazie infinite :**

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